Introduzione sulla crisi della grecia

di Alberto Ghiraldo

Chi ricorda il 4 luglio 2004? Per milioni di greci quel giorno fu probabilmente il più bello degli ultimi 12 anni. La Grecia, infatti, quel giorno vinse l’Europeo di calcio, allenata dal tedesco Otto Rehhagel: una squadra senza alcun talento, ma guidata, con germanica disciplina, all’ordine e alla solidità riuscì in un’impresa eroica battendo sempre avversari più forti e spesso vincendo 1 a 0. Durante i festeggiamenti la folla cantò: «Dio è tedesco» e a “Re Otto”, così ribattezzato l’allenatore, venne offerta la cittadinanza greca e divenne il primo straniero personaggio dell’anno in Grecia. Ora sembra una battuta, ma alcuni commentatori scrissero: «un tedesco ha condotto la Grecia alla conquista dell’Europa attraverso rigore, concretezza e disciplina» e ancora: «ne sfruttò l’enorme ardore patriottico, impartì una formazione quasi militare e li preparò alla conquista dell’equivalente calcistico di Troia».Fu una vittoria eroica. Oggi invece la Grecia ha agitato le cancellerie del mondo, allarmato i mercati e sprofondato nell’incertezza le istituzioni finanziarie, mentre, presto, un nuovo atto de “la tragedia greca” si prefigura alle porte. Tutto ciò è il riflesso della crisi economica che dal 2007 attanaglia la nostra società.

Un paese che vale meno del 2% del Pil dell’intera eurozona come può mettere a soqquadro l’intera comunità europea? Il sistema deve essere ben marcio se basta uno scivolamento della sua propaggine più mediterranea a farlo cedere. Sicuramente la prima parte di questa proposizione sembra assodata, ma sulla seconda forse qualche riflessione di più è d’obbligo. Le ragioni per cui la Democrazia ellenica conta più del suo Pil sono molteplici. In primis culturalmente chiunque ha incrociato la Grecia sui banchi di scuola, inoltre il “marchio Grecia” è rappresentativo di tutta la cultura occidentale; quando Tsipras evoca Sofocle a sostegno della lotta contro i creditori non fa altro che appellarsi a quella che è la potenza della sua etichetta. Lo stesso termine Europa deriva dal greco e negare l’europeità della Grecia è una contraddizione in termini. In seconda istanza dalla carta geografica si realizza che la penisola ellenica è situata tra Balcani e Turchia, tra strutture euroatlantiche e zone di influenza russa, tra cristianità occidentale e ortodossa, tra Mediterraneo centrale e Medio Oriente. In una zona fortemente destabilizzata, con a nord l’Ucraina e il bacino del Mar Nero, a occidente l’Ungheria e i Balcani nel caos immigrazione, mentre a Oriente la Turchia sembra sul punto di essere risucchiata nel vortice mediorientale che gorgoglia intorno alla Siria, dove si scontrano la minaccia Jihadista e la presenza russa, mentre resta sempre vivo lo spettro de l’Intifada in Terra Santa. Nell’altra sponda del Mediterraneo la Libia si surriscalda costantemente e la stabilità dell’Egitto è sempre appesa a un filo. Ma è l’affinità culturale con Mosca la chiave del peso geopolitico di Atene. Lo storico legame, consacrato dalla comune fede religiosa ortodossa, è stato recentemente consolidato da accordi energetici per la commercializzazione del gas russo verso l’Europa.  Quindi durante la più pericolosa crisi russo americana dalla fine della guerra fredda l’amministrazione a stelle e strisce non può permettere lo scivolamento della Grecia (unico paese NATO ad utilizzare armamenti russi) verso le braccia di Putin. Allo stesso modo anche la Cina si è inserita nello scacchiere ellenico acquistando buona parte del porto del Pireo al fine di farne un terminale chiave per la commercializzazione delle proprie merci in Europa. Questo investimento, a maggior ragione dopo il recente allargamento del canale di Suez, permetterebbe di risparmiare settimane di navigazione, ora necessarie alle merci cinesi che vengono stoccate nei porti di Amsterdam e Rotterdam. Quindi le tre principali potenze mondiali hanno interesse alla stabilità della Grecia e a mantenerla nell’Unione europea: gli Stati Uniti per non permetterne l’ingresso nell’orbita di Mosca, la Russia perché alla fine è meglio avere un cugino problematico nella famiglia rivale che doversi accollare tutto il suo debito e la Cina perché altrimenti l’investimento fatto nel Pireo perderebbe senso.

Allora Tsipras ha ragione a descrivere il suo paese come: «cavia di uno scontro che di gran lunga lo sorpassa» riguardando i rapporti di forza in Europa e nel mondo. Rimanendo alla geopolitica è necessario ragionare anche su un diverso livello. La crisi greca palesa il braccio di ferro in corso tra Stati Uniti e Germania, con Washington che non si fida più del suo ex-alleato. La politica estera di Obama si è basata sul subappaltare sicurezza e stabilità delle aree del globo meno problematiche a potenze locali, concentrando l’attenzione diplomatica, militare e politica americana là dove il predominio a stelle e strisce è più insidiato, come nel sud est asiatico. Le deviazioni tedesche dal pensiero d’oltre oceano sono però state molte a cominciare dal non intervento tedesco in Iraq, ai rapporti privilegiati della Germania con la Cina e l’allineamento a posizioni tipiche dei BRICS in Libia. Culminate con scontri aperti come sullo spionaggio del cellulare della Cancelliera, al doppiogiochismo tedesco con la Russia aggirando le sanzioni attraverso triangolazioni bielorusse o cinesi, alla crisi greca e recentemente non possiamo dimenticare lo scandalo  Volkswagen partito proprio dagli USA. Tornando al caso di Atene, Obama si è speso molto per la Grecia sia da un punto di vista mediatico che diplomatico arrivando, attraverso il Fondo monetario internazionale, da sempre strumento di politica economica americana, a imporre un taglio del debito come conditio sine qua non alla partecipazione di quest’ultimo a un nuovo piano di salvataggio.

Tutto questo perché si è vista l’inconciliabilità tra potenza tedesca e stabilità europea:

«l’eurocrisi ha riaperto la questione tedesca. La Germania è insieme troppo e troppo poco influente per assicurare l’equilibrio continentale. Troppo perché il benessere e perfino la sopravvivenza dei singoli stati dell’eurozona – Grecia docet – sono messi in questione dalla geopolitica economica di marca tedesca, dalla “germanizzazione della moneta unica”. Troppo poco perché tale strategia è basata solo sulla protezione dei propri immediati interessi e quindi priva di afflato egemonico. É la differenza fra l’America e la Germania […]. Il protettorato esercitato da Washington sull’Europa occidentale […] poggiava sul vantaggio reciproco, certo assumendo la supremazia a stelle e strisce ma incorporandovi in buona misura le necessità dei paesi protetti […]. La potenza tedesca non protegge nessuno. In senso stretto, perché rinuncia alla deterrenza, rifuggendo all’impiego della forza […] ma soprattutto sul più ampio piano geopolitico e culturale. [..] Visto da Berlino il mondo e l’Europa sono solo mercati da conquistare grazie all’eccellenza dei propri prodotti.»

 

Tratto da Limes N° 7 del 2015, pp. 18-19

La cartina tornasole ellenica ha rivelato una novità decisiva per la fine dell’Euro, almeno come lo conosciamo: la Germania non si pone più come il moderatore d’Europa; infatti non è più collocata politicamente al centro, ma all’estremo. Sono stati infatti i tedeschi a proporre la soluzione più estrema, ovvero un’uscita della Grecia dall’Euro, svelando poi così anche il bluff di Tsipras, dilettante nel presentarsi al negoziato senza un piano B. Schäuble è un convinto europeista, solamente che la sua eurozona non coincide con l’attuale, ma piuttosto a una Mitteleuropa più i paesi nordici, magari con una Francia marginalizzata, difficilmente con l’Italia. Di qui la vigorosa reazione di Hollande, con a ruota Renzi, durante “la notte europea”, a favore di un accordo con la Grecia. Il contraddittorio accordo del 12-13 Luglio esprime tutta l’indecisione degli europei sul loro futuro: da un lato scongiura il fallimento di Atene e la sua uscita dall’euro, dall’altro le misure imposte sono così punitive da spingere la Grecia a una prossima bancarotta o a un’eterna dipendenza dai creditori, almeno fin quando questi avranno voglia di iniettare miliardi a fondo perduto.

L’Unione Europea con la crisi greca ha dimostrato di non essere stata in grado ad avvicinare le economie, ma piuttosto si è dimostrata una gabbia all’interno della quale le economie stesse divergono, le istituzioni si incrinano e le culture confliggono. Insomma è divampata una guerra combattuta per procura dai mercati, dove l’ideologia è la finanza. Senza nulla togliere alla visione di Spinelli, la pace nel Vecchio continente è stata garantita dalla contrapposizione fra i due blocchi, dopo la caduta del muro però anche il mantello americano è venuto meno è lo scontro in Europa è di nuovo divampato tra regole e fatti, rigore luterano e misericordia romano-apostolica, insomma tra nord e sud. L’umiliazione a cui è stato sottoposto il popolo greco dimostra che la discussione intorno a scopi e vincoli della moneta unica ha soffocato ogni ideale europeo.

Neanche la storia però aiuta Atene. Trascurando il primo fallimento di ogni epoca, quando nel IV secolo a.C. tredici città stato non restituirono il denaro imprestato loro dal tempio di Apollo a Delo, nei due secoli scarsi di approssimativa indipendenza, diverse volte la Grecia è stata in bancarotta. 1826, 1843, 1860, 1893 e 1932:

le banche hanno, come al solito, contribuito molto ad attrarre piccoli capitalisti disseminando le credenze più favorevoli circa l’avvenire economico della Grecia e nessun avvertimento dall’alto è venuto ad aprire gli occhi a coloro che si lasciavano in tale guisa ingannare. […] É per notorio che il Governo ellenico non rispetta gl’impegni presi verso i suoi creditori e che i cespiti destinati a sovvenire al servizio degli imprestiti andavano adoperati a scopi totalmente diversi, e per pagare gli interessi del debito pubblico il Governo era costretto a ricorrere ad espedienti di ogni sorta risultanti sempre in ulteriori aumenti delle passività dello Stato.

 

Archivio storico diplomatico del ministero degli Affari esteri, serie Politica P, busta 449, dal Principe di Cariati al Ministro Brin, n. 926/320, Atene, 9/11/1983. Citata in Limes N° 7 del 2015, p. 15

 

Così il Principe di Cariati, diplomatico italiano, inviava da Atene il 9 novembre 1893, al ministro degli Esteri Benedetto Brin.  Tutte queste crisi finanziarie furono superate con la sovranità monetaria.

Quindi nel dopoguerra arrivò il piano Marshall che portò l’iniezione di enormi capitali e nel 1974 tornò la democrazia con la fine del regime dei colonnelli. Fu l’epoca di Kostantinos Karamanlis, fondatore di Nea-demokratia, che portò il paese nell’UE e nella NATO, mentre il PASOK di Andreas Papandreou riteneva che l’adesione:

avrebbe consolidato il ruolo marginale del paese come satellite del sistema capitalistico, minacciando gravemente l’industria greca e comportando il rischio della scomparsa dei contadini.

 

Tratto da Limes N° 7 del 2015, p. 6

Nei decenni seguenti le difficoltà economiche continuarono, fino ancora agli anni 90 quando venne partorito l’euro. Nel 1999 la Grecia ne restò fuori, ma il 2 febbraio 2001 divenne il dodicesimo membro della moneta unica. Già allora alcuni economisti si chiedevano come un paese con quelle finanze, con un nepotismo insito nella politica, dove 800 famiglie controllano il novanta per cento della ricchezza, potesse entrare nell’Euro. L’Unione invece si adeguò, finanziando il favoritismo. Attraverso l’euro i mercati finanziari hanno concesso prestiti come se non ci fosse un domani, mentre i governanti ignoravano le regole della moneta unica. Invece i motivi che spinsero la Grecia in Europa furono essenzialmente politici e di sicurezza, ovvero la necessità di avere un saldo ancoraggio all’Europa e alla NATO di fronte alla minaccia turca, visto che l’alleanza con gli Stati Uniti, in questo caso, non poteva essere sufficiente.  Così i parametri di Maastricht vennero ignorati, e Kostas Simtis stipulò un accordo segreto con Goldman Sachs al fine di trasformare buona parte del debito in swap. Forse i suoi successori avrebbero potuto ancora porre qualche rimedio, ma governare in modo clientelare e con la spesa pubblica era l’unico metodo conosciuto. Intanto la governance economica tedesca dell’Unione guardava, ma più di tanto non protestava, d’altronde la Grecia era un grande importatore. Curioso invece è che questa tecnica truffaldina attraverso la quale Atene aderì alla moneta unica, benché nota dal 2000, venne ricordata solo allo scoppio della crisi del debito ellenico, nonostante tutti i paesi abbiano aggiustato, più o meno, il proprio bilancio al momento dell’adesione, ad eccezione di Olanda e Lussemburgo.

Nel frattempo un altro Karamanlis e un altro Papandreou, nipote e figlio, dei leader storici, avevano accompagnato il paese nel baratro, mentre le Olimpiadi del 2004 si rivelarono solamente un’altra occasione per contrarre nuovi debiti senza un ritorno sottoforma di investimenti. Nel 2008-2009 la caduta del Pil fu però paragonabile a quella di Italia e Germania: sembrava che la Grecia potesse superare la prima recessione come tutti. Dal 2010 invece l’imposizione di politiche recessive causò la caduta del 25% del prodotto interno lordo. I piani di aiuti non andavano al popolo, ma servivano per coprire l’esposizione delle banche francesi e tedesche.

Quando Tsipras fu eletto nel gennaio del 2015 si trovò sul fronte di un’altra battaglia, questa volta economica, combattuta nell’Ellade. Ovvero lo scontro tra ortodossia neoliberista, matrigna dell’austerità e politiche più espansive d’ispirazione neo-keynesiana. Fin da subito fu chiaro che i creditori e l’Europa non erano disposti ad ammorbidire le loro pretese solo perchè i greci avevano votato un partito contrario all’austerità. In primis per non incrinare il dogma dominante dell’austerità stessa, in secondo luogo per lanciare un messaggio ai paesi periferici d’Europa su cosa sarebbe potuto accadere loro se avessero portato al governo movimenti contrari al pensiero unico europeo. Da un lato Tsipras e i suoi ministri, convinti in un compromesso possibile, cercavano di rassicurare sull’imminenza dell’accordo. Dall’altro la controparte non arretrava lasciando il paese nell’incertezza e cercando di strangolarlo finanziariamente, provocando la fuga dei capitali. Il senso degli ultimatum è sempre stato lo stesso, ovvero costringere Tsipras a sporcarsi le mani di sangue per spingerlo a cambiare maggioranza. Per uscire da questa pressione egli indisse un referendum dove il no, seppur non risolutivo, stravinse. Ciò accadde, nonostante la sovranità popolare in Europa venga costantemente umiliata, per l’orgoglio di un popolo, per cui epica, eroismo e rifiuto alla sottomissione s’incendiano quando si è sull’orlo del baratro. Emblematico è in questo senso che la festa nazionale greca sia il 28 ottobre, in memoria del rifiuto all’ultimatum italiano nel 1940. Pare proprio che l’Europa non abbia capito nulla della Grecia.

 

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