Alleanza Nazionale: fine di una storia

Una manifestazione di alleanza nazionale a roma

di Matteo Zanellato

Il dibattito a cui abbiamo assistito (a dire il vero in pochi) sul futuro della fondazione di AN non mi è mai interessato più di tanto, è da anni che penso che AN avesse «già dato» e più di quello non potesse fare per l’Italia.

Dall’ultima AN non poteva uscire niente di buono: la maggior parte dei colonnelli è stata in grado di crearsi un posto in paradiso, speculando sul sudore di tanti simpatizzanti che, come me, dedicarono tempo e energie al partito.
Nella mozione dei quarantenni, però, ho visto una piccola novità nella stagnante situazione della fondazione e, per questo motivo, ho deciso di appoggiarla pubblicamente.
La domanda sorge allora spontanea: perchè dare appoggio ad una mozione di una realtà che non mi interessa più di tanto?

Non avere a cuore le liti di condominio tra ex colonnelli non significa non avere a cuore le sorti della destra italiana, o meglio, di una comunità di donne e di uomini che si impegnarono, che votarono, o che semplicemente condivisero alcune posizioni di personaggi del calibro di Almirante, Michelini, Rauti o dello stesso Fini.

È la sorte  della destra italiana che mi sta particolarmente a cuore: essa non può essere una scatola chiusa, una sigla o un richiamo nostalgico mescolato ad un neo nazionalismo che scimmiotta esperienze straniere o padane. La destra italiana dovrebbe essere un’agorà in cui tutti possono partecipare e dire la propria posizione, in modo da creare una sintesi che servirà per governare l’Italia e renderla grande in Europa.
In poche parole, dovrebbe essere dibattito e confronto, cosa che gli attuali partiti sedicenti di destra non sanno nemmeno cosa sia.

Vista l’importanza che dò alle sorti e alla creazione di un’area nazionale, non potevo non sbirciare il risultato dell’assemblea della fondazione di AN. Le speranze che avevo riposto sui quarantenni si sono scontrate immancabilmente con il muro dei colonnelli: almeno oggi è chiara una cosa – se già non lo fosse stata – la fondazione AN serve a mantenere una ventina di deputati e senatori, dunque non può essere e non è più la casa della destra italiana.

Le scene viste sabato e domenica mi hanno fatto tornare a sette anni fa, quando da giovincello che subito rimase disilluso, affrontai i primi congressi del mio partito, quando si votava non perché la mozione era bella, ma per andare contro a questa o quella corrente.
E così, anche domenica si è voluti andare contro quella corrente: la paura di un ritorno in politica di Fini, questa volta affiancato da Alemanno, ha spaventato talmente tanto Gasparri e Matteoli che hanno deciso di votare con La Russa, scegliendo la fondazione-museo e simbolo a Fratelli d’Italia, cristallizzando il tentativo di una destra aperta.

Sorvolando sul perché il simbolo di AN debba rimanere a Fratelli d’Italia, visto che proprio loro vogliono una fondazione che faccia cultura e non politica, risulta lampante una cosa: la sconfitta dei quarantenni certifica che AN non è morta perché Fini l’ha sciolta, ma perché era diventata autoreferenziale e chiusa, museale per l’appunto, come la mozione voluta da La Russa.

E dato che AN era morta, non si può puntare a costruire una destra partendo da un morto. I quarantenni dovranno parlare con le “altre destre” che non appartenevano al partito post missino, ma che oggi si trovano senza casa o comunque con un partito piccolo.

Ecco perché il mio impegno per costruire una destra degna di questo nome non cesserà, e continuerà dove la vera destra c’è: tra le persone.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *